imprescindibile

immagine dal web

Sempre col piede nervoso a pestare sul acceleratore, neanche mi puntasse uno sciame di vespe incattivite. Ma dove corro? da cosa scappo? Lacrime ingombranti  insistono e spingono sull’orlo delle ciglia per buttarsi fuori. Pensieri circolari e vischiosi che non la smettono di stridermi contro le ossa. Maledetta debolezza che mi fa trasalire ad ogni aritmia di sentimento. Maledette terminazioni nervose che fibrillano ad ogni singolo spostamento d’aria. Maledetta questa strada che si consuma senza portarmi da nessuna parte. Ora basta però, penso a lei, non posso presentarmi così con chissà quale lutto in faccia. Mi vergogno, eccome se mi vergogno, della mia fortuna di poter piangere. Respiro, mi costringo a respirare sempre più a fondo, a non pensare a nulla per imbastire una commedia credibile. Ce la faccio sì, respiro, non c’è nascondiglio migliore di un sorriso. Vado verso l’ospedale, ancora. Solito parcheggio, solito corridoio interminabile, solito ascensore troppo stretto. Sto pagando, eccome se sto pagando caro, ma di che mi lamento? Disprezzo il mio sentirmi vittima. Altro corridoio denso di aria viziata e di malattia, mi par di soffocare. Butto un’occhiata veloce nelle stanze, ho già dimenticato il numero della sua. Finalmente la trovo. Lei è lì, quasi seduta dritta sul letto, le mani in grembo, aspetta. Mi riconosce e le sboccia un sorriso che comicia dagli occhi e si irradia a tutto il viso. Bella come la primavera, radiosa. Ora mi vergogno ancora di più di non saper scacciare l’inverno. Ma che luce c’è in quello sguardo? Mi travolge e mi avvolge. Ci abbracciamo e lei stringe con una forza che non avrei mai potuto credere. Mi guarda dritto nel profondo, esultante, famelica di esistere, mi ripete scuotendomi il braccio: “Ho vinto io! Ho vinto io!” Poi solleva la camicia e mi mostra la pancia incavata piena di graffette e tubi e sacche che escono dalla sua pelle profanata e ride, come a dire guarda a cosa ho dovuto sottopormi per batterlo quel bastardo di un cancro, ma non  ha mica vinto lui, ho vinto io! Ha la magnitudo di un 7° della Richter quella donna apparentemente così minuta e fragile. Non ha ceduto di un niente, ha lottato come una leonessa, è stata megalitica come una roccia e ha vinto lei. Mi racconta tutto come un fiume in piena, con quella febbre luccicante nelle iridi blu come il cielo, tutto quello che ha fatto per combatterlo e quello che farà per rimettersi in forma. Più che ascoltarla la ammiro, percepisco il suo calore e non posso che lasciarmi scaldare. Che donna! Che trionfo! Come fa ad essere così a due giorni dall’intervento? Dove attinge tutta quella energia? Ascolto rapita l’intonazione esaltante della sua voce, è contagiosa, verrebbe voglia di ballare di gioia e ridere come i bambini. La adoro. “Sei una roccia Teresa, sei grande!” le dico e lei mi risponde che non non sempre è stata così forte, quando pensava di non poter più vedere il suo nipotino crescere andava a nascondersi per piangere senza che nessuno la vedesse. Che lacrime sono quelle che ricacci indietro quando pensi di dover morire e che quel piccolo fagottino che muove i suoi primi passi in giardino non lo vedrai mai diventar un uomo come tuo figlio? Che lacrime sono quelle?  Ride e scherza ed emana questa serena luminosità che mi ipnotizza. Mi ritrovo un ora e mezza dopo a ripercorrere quel corridoio interminabile con un sorriso ben diverso stampato in faccia, non una maschera, ma un insegnamento. Mi sento piccola, molto stupida e impregnata di ispirazione. Andata per portare un po’ di conforto ritorno confortata e rianimata io stessa. La vita è resilienza, è luce imprescindibile per cui lottare senza risparmiarsi decuplicando le forze. Piccola grande Teresa, bella come il primo fiore che sfida il gelo, forte come la primavera.

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