contagiami

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“E noi due qua sotto, immersi nella grazia di questa notte dove insieme danzano Terra, luna, sole e stelle. Che bello sarebbe , se la bellezza fosse contagiosa.”

Nives Meroi – Non ti farò aspettare

una lacrima due vite

Che inferno di vita devi aver avuto. Che inferno di vita hai fatto passare a me. Ora che te ne sei andata portandoti via tutta la tua insensatezza sento che abbiamo trovato pace entrambe. Ho passato le ultime settimane ad accudirti come una bambina, sono stata per te la madre che tu non sei mai stata, non ti ho rifiutato il mio aiuto quando ti sei ammalata. No il cuore quello è un’altra cosa, continuavo solo a pensare che eri una persona che stava finendo il suo tempo, che non ne avrebbe mai avuto abbastanza per redimersi. Ti ho amato e ti ho odiato così tanto e per così tanto tempo, mi hai dato tutto e poi hai cercato inspiegabilmente di togliermelo. Non ci sei riuscita. Sono stata più forte di te, della tua rabbia senza nome e di quell’astio brutale che scagliavi contro di me come se fossi l’unica ragione al mondo che ti impedisse di essere felice. Le conseguenze di te sono dentro di me, come una malattia che combatto ogni giorno e dalla quale non posso guarire, posso solo conviverci. Mi sono domandata il perché per quasi tutta la vita finché un giorno ho smesso di chiedermelo e dentro di me si è spento qualcosa di importante, si è spezzato in me il legame emotivo che mi univa a te. Per questo ho potuto sopportare i tuoi ultimi giorni, avevo temuto tutta la vita questo momento e quando è arrivato è stato ancora più duro dell’immaginabile, ma non impossibile da sostenere. Ho cullato la speranza che tu non sapessi quello che facevi, che fosse la tua mente distorta a fare di te un aguzzino e non una madre. Sei stata il veleno a cui non potevo sottrarmi, legata a te da un vincolo inscindibile. Ma tu lo sapevi, eccome se lo sapevi. Lo sapevi e non potevi farne a meno, nemmeno al compagno che ti è stato accanto una vita intera a mitigare le tue sfuriate, l’incostanza e l’insensibilità, nemmeno a lui hai risparmiato la tua angoscia. Ma ero io il tuo sfogo primario, la tua colpa, la tua vendetta, la redenzione che non hai mai saputo cogliere. Lo so perché ti somiglio, duro da ammettere ma è così. Diversamente da te ne sono consapevole e scelgo di essere diversa, di alimentare la parte di me che è amore e rispetto per la vita. Per questo sono qui ad ascoltare i tuoi ultimi respiri, per questo non ti lascio sola nell’agonia. Tu mi hai dato la vita e io ti accompagno fino alla fine della tua. Come è violenta la morte, laboriosa e dolorosa come un parto infinito. Si misura in rantoli strappati a questa vita che non vuole mollare mai anche se sa di essere sconfitta. Mille volte ho creduto che fosse l’ultimo e poi il tuo petto si è alzato ancora una volta annaspando aria sempre più debole, sempre più stanco. Ti guardo, il mio cuore non dice niente, vorrebbe solo che la sofferenza finisse. Mio padre si è addormentato sulla sedia sfinito. Tu piccolo bozzo pieno di dolore ancora resisti, come se ti mancasse qualcosa, ancora qualcosa prima di cedere. Chissà…dentro di te forse cerchi il perdono, forse vorresti che ti amassi ancora e che tutto il male non contasse più niente, forse hai sperato che nel mio accudirti, lavarti ed imboccarti ci fosse ancora l’amore di una figlia. C’è l’amore di una donna che ha scelto di aver cura di chi soffre, tua figlia è morta tanto tempo fa, il mio cuore è freddo come fredde sono le tue mani.

Una lacrima, una singola lacrima sgorga da sotto la palpebra e rotola giù piano lungo la guancia sulla pelle sempre più grigia. Te la asciugo e questo mi turba. Poi ti metto una mano sulla testa accarezzandoti i capelli e ti dico piano: basta così Anna… Forse era questo che aspettavi, un gemito esce fuori dal tuo petto che si immobilizza. Appoggio le dita sulla carotide, ti sento fino alla fine…TUM…TUm…Tum…tum…tu……….

Come è dolce la morte quando arriva dopo tanti patimenti. Ti solleva dalla fatica indicibile di combattere.

Il tuo mancato amore era un vuoto incolmabile, la tua assenza quando eri viva era pesante come una montagna intera. Ora che non mi devo più aspettare niente da te, ho riavuto lo spazio che mi mancava. In questo tuo lugubre travaglio verso la fine è come se io fossi nata una seconda volta. Non sento niente se non un senso di pace senza confini. Sono sicura che ovunque tu sia anche tu hai trovato la tua pace. Se tutta una vita si potesse comprimere in un unico istante, credo che quella lacrima fosse la tua vita intera.

Una lacrima. Una vita consumata. Una vita rinata.

choose

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Non siamo padroni di niente, né del tempo che consumiamo né delle cose che accumuliamo. Ogni battito del nostro cuore è regalato, ogni inciampo, sospiro, sgarbo o carezza sono una possibilità. Nulla è certo, nemmeno l’illusione che lo sia.

Solo le nostre scelte ci appartengono.

libera

A volte sono i piedi che ti trascinano dove non sai. A volte l’unica cosa è aprire bene gli occhi, le orecchie, i polmoni, il cuore e seguirli senza alcuna deroga alla fatica. In fondo è proprio questa la moneta, la fatica in cambio della scoperta. Così mi perdo nei miei pensieri leggeri e mi ritrovo ad arrancare su per una forcella sassosa che non ha nulla di particolarmente attraente a parte questo silenzio che agognavo da tempo. Mi perdo ancora ascoltando lo scricchiolio delle pietre sotto le scarpe consumate di passi. Ogni tanto butto uno sguardo in su e vedo la mia meta ancora in ombra. Si sta bene oggi, senza fretta, senza nessun vincolo, mi sento libera di accompagnarmi assecondando l’istinto.

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Quando arrivo in forcella sbuco nel sole e il cuore fa una capriola, quasi non credo hai miei occhi. Mi aspettavo un terreno brullo e sconnesso come quello che mi sono lasciata alle spalle e invece mi esplode in faccia il verde imbevuto di sole. Come i bambini davanti ad un regalo inatteso, gli occhi grandi, la bocca spalancata il un oooohhhh di meraviglia. Ora sento anche il calore che in questa giornata è imponente e che fino ad adesso ho schivato all’ombra dei boschi e delle crode. Non mi pesa però, é la forza del sole che genera la crescita. Bevo un po’, seguo con lo sguardo la traccia del sentiero che nell’erba alta appare e scompare fino all’altra forcella là in fondo. Devo andare, il verde mi chiama. Ora capisco le parole di P. quando mi scriveva dalla Sierra Leone dicendomi che il Verde è una necessità. Anche il Blu lo è per me, profondo e denso. E il Bianco delle poche morbide nuvole che viaggiano veloci lassù come in un’animazione di Miyazaki, la sapeva lunga lui, sulle nuvole.

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Mi tuffo in questo splendore camminando lentamente, come assaporandone il gusto. I sensi sono ricettivi al massimo. Gli occhi frugano nell’erba e tra i fiori che man mano diventano più alti. Pullulano di farfalle e bombi, vita ronzante che sugge nutrimento dalle corolle di mille forme diverse. I colori sono vigorosi, pieni e mi stordiscono piacevolmente . O forse è il caldo che mi fa girare la testa, o forse questo ronzare di insetti operosi che mi circonda senza pungermi. Mi sento come diluita in queste ondate di vita, quasi in preda ad un’allucinazione benevola mentre seguo una labile traccia immersa negli stelli d’erba che mi arrivano fino alle spalle. Le mani si immergono in questo pascolo lussureggiante, saggiano la consistenza di petali e foglie, al mio passaggio discreto i boccioli sbuffano soffi di polline giallo. Anch’io devo aver impollinato un milione di piante così, come una gigantesca ape. Forse sto sognando, forse sto ascoltando Ummagamma e fra poco mi sveglierò nel mio letto delusa e confusa. E’ surreale e violentemente reale allo stesso tempo e non fa male nemmeno un po’. Il profumo è quello della terra bagnata, qualcuno è passato di qui forse ieri con la mia stessa meraviglia calpestando quella foglia larga. Sento la forza selvaggia e generosa della Natura che mi avvolge, penetra attraverso i pori della pelle accaldata, fa divampare il sangue e mitiga la tristezza di tante ferite, molte credo, quelle più piccole si chiudono in cicatrici pulite. Sono come bianchi tatuaggi che perdono il loro nome e diventano un ricamo all’interno dell’epidermide. Li conosco solo io e questo sole che asciuga la barbarie del prossimo e mi insegna ancora una volta che sono solo io e soltanto io che posso vedere oltre e andare oltre.

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Ecco manca poco, sono in cima ad una salita ancora una volta, di là la terra scappa giù in picchiata lungo un ripido canale, in lontananza il profilo delle montagne che conosco così bene, che ho visto tutti i giorni da bambina. Credo di essere arrivata dove dovevo arrivare per oggi e mi giro di nuovo indietro verso il gioiello che ho appena attraversato. Riposo un po’ all’ombra di una nuvola che è sopra di me solo per darmi un po’ di refrigerio, mi prendo tutto il tempo che mi serve, ancora non ho voglia di tornare. Non so dire cosa mi scorre dentro come un fiume in piena, i pensieri si sono assottigliati in sussurri, è tutto trasformato in sensazioni potenti. Tolgo la maglietta intrisa di sudore e torno in giù per immergermi in quel lago di colore. Voglio offrire la mia pelle al sole, lasciarmi accarezzare dai petali, respirare purezza e inebriarmi di splendore. Allargo le braccia per sentire il calore e la leggera brezza sfiorarmi. Apro gli occhi nel blu del cielo e smarrisco la ragione. Non so come ma lacrime di puro amore zampillano ed evaporano subito. Le molecole della mia gioia finiranno lassù in qualche nuvola dolce e poi ritorneranno come pioggia a ricadere sulla terra, chissà dove. E’ tutto così intenso, sento di appartenere a questo mondo e che questo piccolo paradiso nascosto mi appartiene, almeno per oggi è solo mio ed io sono solo sua.

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Non so dire quanto me ne sto lì, essere vivente in mezzo alla vita più pura e più semplice. Quando sento che che tutto è colmo so che è ora di tornare, senza la malinconia del distacco perché ora tutto questo è parte di me e resterà con me per sempre. Tutto è come deve essere, nella misura in cui nulla manca e nulla è sprecato. Per stare in paradiso non serve essere buoni e non serve essere morti. Serve essere molto vivi e molto molto liberi.

 

imprescindibile

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Sempre col piede nervoso a pestare sul acceleratore, neanche mi puntasse uno sciame di vespe incattivite. Ma dove corro? da cosa scappo? Lacrime ingombranti  insistono e spingono sull’orlo delle ciglia per buttarsi fuori. Pensieri circolari e vischiosi che non la smettono di stridermi contro le ossa. Maledetta debolezza che mi fa trasalire ad ogni aritmia di sentimento. Maledette terminazioni nervose che fibrillano ad ogni singolo spostamento d’aria. Maledetta questa strada che si consuma senza portarmi da nessuna parte. Ora basta però, penso a lei, non posso presentarmi così con chissà quale lutto in faccia. Mi vergogno, eccome se mi vergogno, della mia fortuna di poter piangere. Respiro, mi costringo a respirare sempre più a fondo, a non pensare a nulla per imbastire una commedia credibile. Ce la faccio sì, respiro, non c’è nascondiglio migliore di un sorriso. Vado verso l’ospedale, ancora. Solito parcheggio, solito corridoio interminabile, solito ascensore troppo stretto. Sto pagando, eccome se sto pagando caro, ma di che mi lamento? Disprezzo il mio sentirmi vittima. Altro corridoio denso di aria viziata e di malattia, mi par di soffocare. Butto un’occhiata veloce nelle stanze, ho già dimenticato il numero della sua. Finalmente la trovo. Lei è lì, quasi seduta dritta sul letto, le mani in grembo, aspetta. Mi riconosce e le sboccia un sorriso che comicia dagli occhi e si irradia a tutto il viso. Bella come la primavera, radiosa. Ora mi vergogno ancora di più di non saper scacciare l’inverno. Ma che luce c’è in quello sguardo? Mi travolge e mi avvolge. Ci abbracciamo e lei stringe con una forza che non avrei mai potuto credere. Mi guarda dritto nel profondo, esultante, famelica di esistere, mi ripete scuotendomi il braccio: “Ho vinto io! Ho vinto io!” Poi solleva la camicia e mi mostra la pancia incavata piena di graffette e tubi e sacche che escono dalla sua pelle profanata e ride, come a dire guarda a cosa ho dovuto sottopormi per batterlo quel bastardo di un cancro, ma non  ha mica vinto lui, ho vinto io! Ha la magnitudo di un 7° della Richter quella donna apparentemente così minuta e fragile. Non ha ceduto di un niente, ha lottato come una leonessa, è stata megalitica come una roccia e ha vinto lei. Mi racconta tutto come un fiume in piena, con quella febbre luccicante nelle iridi blu come il cielo, tutto quello che ha fatto per combatterlo e quello che farà per rimettersi in forma. Più che ascoltarla la ammiro, percepisco il suo calore e non posso che lasciarmi scaldare. Che donna! Che trionfo! Come fa ad essere così a due giorni dall’intervento? Dove attinge tutta quella energia? Ascolto rapita l’intonazione esaltante della sua voce, è contagiosa, verrebbe voglia di ballare di gioia e ridere come i bambini. La adoro. “Sei una roccia Teresa, sei grande!” le dico e lei mi risponde che non non sempre è stata così forte, quando pensava di non poter più vedere il suo nipotino crescere andava a nascondersi per piangere senza che nessuno la vedesse. Che lacrime sono quelle che ricacci indietro quando pensi di dover morire e che quel piccolo fagottino che muove i suoi primi passi in giardino non lo vedrai mai diventar un uomo come tuo figlio? Che lacrime sono quelle?  Ride e scherza ed emana questa serena luminosità che mi ipnotizza. Mi ritrovo un ora e mezza dopo a ripercorrere quel corridoio interminabile con un sorriso ben diverso stampato in faccia, non una maschera, ma un insegnamento. Mi sento piccola, molto stupida e impregnata di ispirazione. Andata per portare un po’ di conforto ritorno confortata e rianimata io stessa. La vita è resilienza, è luce imprescindibile per cui lottare senza risparmiarsi decuplicando le forze. Piccola grande Teresa, bella come il primo fiore che sfida il gelo, forte come la primavera.

play

 

via

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La strada fila via veloce. Fila via in curve e tornanti nella notte. La linea bianca a volte sbiadisce, a volte scompare, come te. Mi punge la tua distanza, o è forse la mia? Mi ferisce il dispedio di silenzi, urlati, scontati. L’emozione che non si scioglie più nemmeno in lacrime è arida, un spina secca che si mimetizza fra le costole. Non mi va di tornare a casa, che poi non lo so più che cos’è casa. Continuerei a guidare fino all’alba, fino a sfinirmi, fino a togliermi dal cervello il fragore del mare nervoso e prepotente. Forse solo la musica mi ascolta. Si insinua negli spazi delle parole non dette e divampa. Le luci dei paesi si riflettono nel lago, acqua calma e inquietante, cupo specchio di mute esistenze, r-esistenze. Ah umani nemici della pace e della stabilitá, solo in bilico sul Nulla sentono la vita che scorre negli spasmi. In equilibrio su questa assenza devo stare? Ci sono strade differenti, forse ci sono notti che non fanno paura. Così la strada fila via veloce dietro di me,  mentre vado via, verso un’aurora inevitabile. Luce che scaccia le ombre solo nei sogni che voglio dimenticare.